Pubblicato il 27/09/2017

INFERMIERISTICA E OSTETRICIA LEGALE E FORENSE - SIENA

Pubblicato il 01/05/2017

Master di I livello MANAGEMENT PER LE FUNZIONI DI COORDINAMENTO DELLE PROFESSIONI SANITARIE

Pubblicato il 01/05/2017

Master Universitario congiunto di I livello CURE PALLIATIVE E TERAPIA DEL DOLORE per le professioni sanitarie

Pubblicato il 08/10/2016

Sanità di iniziativa a Piacenza, il progetto “Montagna solidale”: infermieri, fisioterapisti e assistenti sociali suonano il campanello di casa nelle alte valli.

“Montagna Solidale” è un progetto sperimentale che a partire da un’azione di screening, si ripropone di dare una risposta immediata e concreta ai bisogni socio-sanitari della popolazione anziana residente nei comuni di montagna della provincia di Piacenza.

Target del progetto sono le persone anziane attualmente non in carico ai servizi sanitari, Socio-sanitari o sociali residenti nelle frazioni dei comuni di montagna della Provincia di Piacenza con un’età superiore a 74 anni che rappresentano una fascia di anziani fragili: persone ancora autonome, sebbene ad alto rischio di disabilità.

Obiettivo principale del progetto è la rilevazione del bisogno inespresso presente tra la popolazione anziana (over 74enne) domiciliata nelle aree disagiate dell’appennino e l’ attivazione delle risorse necessarie a rispondere al bisogno rilevato.

Azioni previste :

  • Identificazione e rilevazione del bisogno attraverso un percorso di valutazione multiprofessionale struttura a domicilio del cittadino
  • Definizione delle aree di intervento a seconda del bisogno rilevato ed attuazione degli interventi                                                                                       Il progetto vede coinvolti attivamente due infermieri e due fisioterapisti dell’Azienda USL di Piacenza, i Sindaci e i servizi sociali dei comuni interessati, i MMG i cui assistiti risiedono nei comuni identificati e le associazioni di volontariato presenti sul territorio. 

La rilevazione del bisogno e quindi l’identificazione degli anziani fragili verrà attuata attraverso una valutazione multidisciplinare domiciliare effettuata da equipe socio-sanitaria composta da infermiere, fisioterapista dell’Azienda USL e assistente sociale del comune interessato con il coinvolgimento del MMG.  

La rilevazione effettuata a domicilio dall’equipe multidisciplinare presenta due importanti vantaggi:

1) arrivare ad una valutazione multidimensionale del bisogno assistenziale, che consenta di individuare precocemente i segnali di criticità che possono determinare un peggioramento dello stato di salute dell’anziano al fine di porre in essere azioni socio-sanitarie mirate a prevenire l’insorgere di condizioni di non autosufficienza. Un’adeguata opera di prevenzione consentirebbe infatti ai professionisti sociali e sanitari di monitorare meglio lo stato di salute della popolazione anziana, esercitando una funzione di consulenza e di presa in carico capace di intervenire tempestivamente riducendo o ritardando il ricorso all’istituzionalizzazione. Identificare gli anziani con perdita di autonomia, soprattutto nei casi in cui la perdita è ancora limitata, è rilevante per programmare gli interventi di assistenza domiciliare, compensativi delle abilità perse, che consentano all’anziano di rimanere al proprio domicilio il più a lungo possibile anche in assenza di una rete familiare. Il processo di valutazione multidimensionale del bisogno si inserisce in un più complesso processo che ha come obiettivo prioritario quello di facilitare l’accesso del cittadino e della sua famiglia alle diverse unità d’offerta sociali, sociosanitarie, sanitarie anche attraverso l’informazione, l’orientamento e l’accompagnamento della persona in condizioni di fragilità. Le scale e gli indici di valutazione utilizzati sono strumenti idonei ad identificare in modo oggettivo, preciso ed omogeneo i bisogni dell’anziano. L’analisi delle condizioni della persona attraverso variabili ben definite costituisce inoltre elemento di dialogo tra i professionisti, suggerisce chiare indicazioni sulle condizioni della persona e consente l’utilizzo di dati chiari e confrontabili per la trasmissione di informazioni.

2) Definire ed attuare gli interventi necessari per rispondere al bisogno rilevato.

La risposta al bisogno vedrà attuata da tutti gli attori presenti sul Progetto secondo livelli di competenza  e di priorità. Gli interventi potranno articolarsi attraverso una progressione che partendo dalle azioni di supporto più semplice e di prevenzione del rischio raggiunge interventi articolati di presa in carico socio-sanitaria integrata che rispettino il criterio della domiciliarietà, nonché il diritto dell’anziano a vivere nel suo contesto naturale, agendo sia sul versante sanitario che su quello sociale.

Il progetto “Montagna solidale ” si inserisce in questo contesto e si fonda sul presupposto di intercettare il più precocemente possibile il bisogno assistenziale (sociale e sanitario) di questa popolazione con l’obiettivo di dare una risposta immediata ai loro bisogni, di contribuire ad aumentare l’aspettativa di vita sana, con ricadute positive sulla qualità di vita degli anziani e di chi li circonda, ma anche sui costi della cura e dell’assistenza. C’è inoltre la volontà di dare una risposta al bisogno inespresso di quei cittadini che per condizioni socio-economiche e culturali accedono con maggiore difficoltà ai servizi, coinvolgendoli in un’azione costante di informazione, comunicazione ed educazione socio-sanitaria, mettendoli al centro del percorso di prevenzione e cura.

Il  progetto che vede la collaborazione tra Fondazione di Piacenza e Vigevano, Azienda Usl di Piacenza e Comuni, realizza una sinergia virtuosa tra le varie componenti delle comunità professionali,  sociali, sanitarie e del volontariato.  

 Oltre a rilevare il bisogno assistenziale, l’equipe svolgerà un percorso educativo finalizzato a prevenire l’insorgenza di complicanze, migliorare le condizioni delle persone anziane e ridurre lo stress del caregiver.
Attraverso il progetto sarà possibile quindi svolgere un’azione sperimentale finalizzata alla prevenzione degli incidenti domestiche. Per la prima volta all’interno della Regione Emilia Romagna verrà avviata un’attività di prevenzione delle cadute a domicilio delle persone e su un campione di popolazione a rischio.

L’equipe multidisciplinare potrà provvedere a raccogliere i dati relativi al rischio di cadute (per esempio, la presenza di tappeti e la disposizione di mobili). Potranno quindi essere proposti una serie di accorgiment i mirati a sensibilizzare l’utente stesso, o i suoi familiari, a trovare delle soluzione più idonee al tipo di ambiente e al tipo di utente

Dr.ssa Tiziana Taggiasco

Dr.ssa Mirella Gubbelini

Pubblicato il 18/07/2016

Professione infermiere: la situazione Regione per Regione. Analisi Ipasvi

Analisi della Federazione Ipasvi sui dati del Conto annuale alla vigilia del contratto. Professione infermiere: le carenze, la condizione economica e occupazionale Regione per Regione. Il testo integrale dell'analisi  

 Gli infermieri sono troppo pochi per garantire sicurezza ed efficienza dei servizi: ne mancano circa 47mila per raggiungere livelli accettabili. Per di più, tagli alla spesa e blocchi del turn over ne hanno fatti perdere in cinque anni – tra il 2009 e il 2014 – quasi 7.500, con un’emorragia più forte nelle Regioni in piano di rientro: Campania, Lazio e Calabria da sole in questo periodo ne hanno 5.439 in meno, il 72,5% del totale.

E chi lavora lo fa con mille difficoltà: retribuzioni ridotte in valore assoluto nei cinque anni di 70 euro, ma in termini di potere di acquisto almeno del 25%;  un rapporto infermieri/medici che a livello ottimale sarebbe di 3 a 1, ma in alcune Regioni (ancora quelle in piano di rientro come Campania, Calabria e Sicilia) si ferma a malapena a 2; turni massacranti testimoniati, sempre nelle Regioni in piano di rientro, da un significativo aumento  della spesa per straordinari (dove il personale manca, chi c’è deve lavorare di più) che raggiunge punte anche di oltre il 4,5% della retribuzione contro un peso che sfiora al massimo il 2% nelle Regioni “virtuose”, cosiddette benchmark e che in media a livello nazionale vale nelle Regioni con piani di rientro e, in particolare, in quelle commissariate il 2,7% della retribuzione, mentre nelle Regioni con piano di rientro senza commissario circa l’1,8% e nelle altre Regioni a statuto ordinario non va oltre l’1,4 per cento.
 
Difficoltà che rischiano di coinvolgere anche i cittadini. Studi internazionali indicano che se i pazienti per infermiere scendono numericamente da 10 a 6, la mortalità si riduce del 20%: in Italia la proporzione media nazionale è di 12 pazienti per infermiere e se alcune Regioni – poche – ce la fanno a scendere anche se di poco sotto i 10, ce ne sono altre, ancora tra quelle in piano di rientro che di più scontano il blocco del turn over e la carenza di personale, dove si arriva anche a 18 pazienti per infermiere.
 
Sono solo alcuni dati dell’analisi Regione per Regione della condizione 2014 della forza lavoro infermieristica nelle Regioni italiane – la prima del genere - realizzata dalla Federazione nazionale Ipasvi in base ai dati presenti nell’ultimo Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato in vista dell’apertura delle trattative sul nuovo contratto. 
 
Obiettivo: “Alla vigilia della nuova stagione contrattuale – spiega Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione  Ipasvi – questi dati dovrebbero far ragionare sia il legislatore che le Regioni ed essere utili come base di trattativa per i sindacati. La carenza è evidente, così come lo è la situazione difficile a livello generale, ma sicuramente  a rischio nelle Regioni in piano di rientro che rappresentano ormai a livello di popolazione oltre il 47% dei cittadini italiani. Il nostro compito è di tutela della professione perché mantenga la sua dignità e soprattutto dei pazienti che si affidano a noi: sapere con cosa abbiamo a che fare è un buon inizio”.
 
Dall’analisi Ipasvi emergono poi anche altri dati, come quello dell’età media dei professionisti che aumenta per il mancato ricambio generazionale, con una percentuale di infermieri over 50 – meno adatti a turni pesanti e a manovre rischiose per se stessi e i pazienti – che pesano il 69% circa sugli infermieri fino a 65 anni di età, potenzialmente, quindi, “operativi”.  E la necessità di un’assistenza capillare, caratteristica della professione infermieristica, sul territorio dove i cittadini over 60 (ma la situazione è diversa tra le Regioni) sfiora ormai il 30% e dove i pazienti non autosufficienti, cronici e comunque fragili che hanno bisogno di assistenza h24 sono oltre 16 milioni. Per questi, calcola l’Ipasvi, servono almeno 30mila infermieri “dedicati” che non possono essere davvero né i più anziani, né i meno esperti.
 
Un “placebo” possibile, infine, per alleggerire seppure momentaneamente e non in via definitiva a situazione estrema nelle Regioni in piano di rientro (“unica soluzione vera è – ribadisce Mangiacavalli -   integrare gli organici con nuove leve”) sarebbe la mobilità volontaria che la legge concede, ma che aziende e Regioni “bloccano” non rilasciando i necessari nulla osta. A richiederla infatti sono soprattutto le Regioni del Sud commissariate e ad aderire sarebbero gli infermieri di quelle stesse Regioni che per esigenze lavorative sono ormai anche a migliaia di chilometri da casa, ma in questo modo non riescono ad aprire la via del ritorno.  E una soluzione in più se non altro per rendere reale l’attuale consistenza di personale, oltre alla stabilizzazione dei precari, potrebbe essere quella di assumere part time al 50% circa 9-10mila unità di personale: attualmente infatti, come spiega l’analisi Ipasvi, circa il 10% dei 270mil infermieri in servizio nel Ssn  lavora a tempo parziale, con una riduzione conseguente, quindi dell’effettivo numero di ore-lavoro a tempo pieno e un aggravio ulteriore del lavoro per alcuni, specie nei turni e nelle situazioni che richiedono maggiore continuità.

 

IN ALLEGATO LA VERSIONE INTEGRALE DELL’ANALISI IPASVI

FILE ALLEGATI

La professione infermieristica nelle Regioni.pdf (748 KB
Fonte: FNC IPASVI

Pubblicato il 29/06/2016

LA CRESCITA DELLE COMPETENZE PER LA QUALITÀ DEL LAVORO IN SANITÀ

28/06/2016 -

Evento a Roma di presentazione  del documenti di richieste Cgil, Cisl, Uil al quale hanno partecipato anche Ipasvi, Fnco. Tsrm e Conaps. Gli interventi del ministro Lorenzin e del presidente del Comitato di settore Garavaglia Subito le competenze specialistiche per le professioni sanitarie che rappresentano uno dei cardini su cui gira il nuovo modello di assistenza basato sui bisogni del paziente. E subito la realizzazione della nuova area sociosanitaria perché tutte le professioni sanitarie e sociosanitarie siano individuate e riconosciute in ambito nazionale, oltreché uniformate ai criteri fissati dalla Comunità Europea, in modo da aumentare il loro valore e le stesse possibilità occupazionali, in un’ottica di largo ampio respiro nazionale ed europeo. Questi due tra i più importanti argomenti su cui si sono articolate le richieste di Cgil, Cisl, Uil che hanno organizzato a Roma, nell’Aula magna dell’Università La Sapienza con l’adesione delle Federazioni degli infermieri, delle ostetriche, dei tecnici di radiologia e del Conaps, l’incontro “La crescita delle competenze per la qualità del lavoro in sanità”. E su questi argomenti sono stati d’accordo anche il Comitato di settore delle Regioni, il cui presidente, l’assessore lombardo al Bilancio Massimo Garavaglia, ha formalizzato in un messaggio l’intenzione che rappresentino una parte essenziale dell’atto di indirizzo per il prossimo contratto e lo stesso ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che intervenendo all’incontro ha garantito che nella prossima legge di stabilità, le priorità per la sanità saranno il personale e lo sblocco del turn over per dare spazio ai giovani e garantire la stabilizzazione dei precari.

Massimo Garavaglia, nel suo messaggio inviato all’evento a cui non ha potuto partecipare per ragioni istituzionali, ha sottolineato che “ il nuovo quadro epidemiologico e demografico del nostra Paese ci rende quanto mai più convinti che non saremo mai in grado di dare le corrette ed adeguate risposte alle nuove domande di salute se non attraverso l’attuazione in tutto il territorio nazionale dello sviluppo dell’implementazione delle competenze delle professioni sanitarie infermieristiche-ostetrica, tecniche, della riabilitazione e della prevenzione unificando nella sede naturale che è quella contrattuale, quanto già  indicato nelle proposte di Accordo Stato- Regioni, riguardante le competenze avanzate e specialistiche degli infermieri e di tutte le professioni sanitarie ma soprattutto nell’anticipazione diffusa in alcune Regioni ed in tante Aziende Sanitarie”.

Per questo Garavaglia ha confermato la volontà delle Regioni di prevedere l’istituzione della  posizione di “professionista specialista”, con aree di formazione complementare post diploma in attuazione alle scelte indicate in materia dal Consiglio d’Europa. Ma ha anche sottolineato che “il contratto dovrà  ribadire che queste nuove attribuzioni, come quelle attuali, vadano esercitate nel rispetto dei profili, delle declaratorie, dei codici deontologici e della formazione acquisita, sino ad escludere, quando improprie e soprattutto quelle domestico-alberghiere, il totale ricorso a mansioni e/o funzioni di pertinenza di altre categorie professionali, assicurando, invece, che tali incombenze vengano svolte dal competente personale per quanto previsto dai relativi profili e regolamenti”.

 Per questo l’assessore ha spiegato che “la creazione di una specifica area delle professioni socio-sanitarie farebbe venir meno la desueta  suddivisione del personale nei quattro ruoli (sanitario, professionale, tecnico ed amministrativo) non corrispondente  più all’evoluzione scientifica, tecnologica, normativa e formativa di un sistema nel quale ora prevale la mission di salute più che di sanità in senso stretto; per questo considerando i ruoli ormai superati dovrà prevalere nella collocazione normativa e retributiva i contenuti propri di ciascun profilo professionale”.

Dal canto suo il ministro Lorenzin, ribadendo agli oltre 500 partecipanti che “i vostri no – riferiti alle richieste del documento sindacale – sono i miei no e i vostri si sono i miei si”, ha sottolineato che nei prossimi cinque anni il lavoro in sanità è destinato a cambiare pelle e che bisogna condividere questi cambiamenti con iun rapporto costruttivo tra politica e sindacato.

Basta coi tagli lineari - ha detto il ministro -, basta anche con commissariamenti che vanno a braccetto con questi e priorità al binomio organizzazione e qualità,  al territorio e all’aumento del Fondo sanitario che possa essere dedicato alla messa in sicurezza dei processi organizzativi. “Il sistema ha retto finora solo grazie alla altissima professionalità dei professionisti del settore”, nonostante i blocchi dei contratti e del turn over. Ma “il sistema salute è il cardine del welfare e per questo le risorse che ci saranno dovranno essere dedicate in parte da subito al fondo per il personale”.

La Lorenzin ha poi detto basta, in sintonia con il documento presentato, la modello ospedalocentrico: “Dov’è che non funziona la sanità? Dove non funziona il territorio? Dove il territorio non fa da filtro all’ospedale, dove non c’è la domiciliarizzazione, dove le risorse si spendono inutilmente per ricoveri evitabili che costano anche sette-otto volte di più dell’assistenza sul territorio”, ha detto il ministro. Che ha concluso: “E’ il momento della qualità, nella salute non si possono fare passi indietro e sta cambiando la medicina e il modo di esercitarla”, affermando quindi: “competenze assolutamente si”.

Le richieste del documento Cgil, Cisl, Uil sono chiare: mettere a punto un modello organizzativo che abbia il proprio baricentro nel territorio; prevedere la reale integrazione ospedale-territorio in un modello di continuità assistenziale; implementare le competenze specialistiche per le professioni sanitarie; prevedere standard unici minimi obbligatori, sia professionali che organizzativi, per tutto il territorio nazionale; realizzare indicatori di risultato sia per l’ambito ospedaliero che per quello territoriale; definire le professioni sanitarie e sociosanitarie a livello nazionale, secondo i criteri uniformi fissati dalla comunità europea; ridefinire le competenze e le responsabilità dell’operatore socio-sanitario istituendo realmente un unico percorso di formazione sull’intero territorio nazionale; aprire il confronto con le organizzazioni sindacali, oltre a quello già in essere con le rappresentanze professionali, sulla quantificazione dei fabbisogni di personale per tutte le professioni; progettare corsi universitari di base e post-universitari delle professioni sanitarie con il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale, delle regioni e delle aziende sanitarie e non solo dell’Università; coinvolgere i professionisti sanitari nell’organizzazione dei corsi universitari anche per quanto riguarda la titolarità di docenza, coordinamento e direzione; stabilire diritto all’educazione medica continua (ECM) per tutti i lavoratori e a spese del datore di lavoro, quale che sia il ruolo ricoperto e /o il tipo di contratto di lavoro applicato; prevedere permessi retribuiti per formazione universitaria ed ECM anche ai precari; poter acquisire crediti ECM in ambito universitario, con il rilascio di crediti CFU; sbloccare definitivamente la riforma degli ordini per valorizzare e garantire la professionalità.

Così come sono chiari i “no” con cui si chiede di interrompere l’attacco alle risorse del fondo sanitario nazionale per fermare l’arretramento del welfare sanitario pubblico che va a discapito delle famiglie e dei

cittadini e avviare una reale lotta agli sprechi  e di rompere il blocco delle assunzioni e della contrattazione nazionale.

A queste richieste hanno aderito le professioni sanitarie, per le quali sono intervenuti all’evento Maria Vicario, presidente della Federazione nazionale ostetriche, Barbara Mangiacavalli e Maria Adele Schirru, rispettivamente presidente e vicepresdiente della Federazione Ipasvi, Tiziana Rossetto, vicepresidente Conaps e Alessandro Beux, presidente della Federazione tecnici di radiologia.

Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione Ipasvi, ha sottolineato che i percorsi formativi dei professionisti devono essere modellati sui bisogni dei cittadini  e che la modifica dei bisogni e delle fragilità a cui si sta assistendo non è solo legata alle condizioni dei pazienti, ma anche delle loro famiglie, richiedendo quindi un intervento e una professionalità a più largo raggio. “Tutti i professionisti – ha detto - devono indirizzare i modelli organizzativi in funzione dei bisogni di assistenza e non degli operatori e serve il coraggio istituzionale di operare un cambiamento che sviluppi e implementi le competenze necessarie a far uscire i cittadini dall’ospedale e assisterli sul territorio”. 

 “Non possiamo più pensare – ha aggiunto Maria Adele Schirru, vicepresidente Ipasvi – che il sistema vada avanti per inerzia. Siamo tutti importanti per il sistema, perché tutti dobbiamo dare risposte ai nuovi bisogni di salute e dobbiamo farlo perché questo ci chiede non solo il presente, ma il futuro”. L’incontro, come ha sottolineato il segretario generale della Cisl Fp, Giovanni Faverin, è l’avvio di una coprogettazione dei nuovi modelli per andare incontro ai bisogni di salute dei pazienti, senza competizioni, ma con l’integrazione delle varie famiglie professionali. Un nuovo modello che, ha affermato il segretario generale Uil Fpl Giovanni Torluccio, ha bisogno di un atto di coraggio da parte del ministro al quale si chiede di dare il via subito al nuovo contratto e alle competenze, anche se questo significa scontentare altre categorie professionali come, ad esempio, i medici. Servono risorse, servono organici, servono investimenti mirati, ha affermato il segretario generale Cgil Fp Cgil Serena Sorrentino, ribadendo che “c’è bisogno di competenze”   e chiedendo formalmente al ministro  - che ha risposto affermativamente – di aprire un dialogo per atrovare una visione comune di intenti. 

Fonte: FNC IPASVI

Pubblicato il 08/06/2016

2° Edizione Master di II Livello in Management dei Servizi Sanitari

Il Master si propone l’obiettivo di formare professionisti a gestire tipici processi sanitari: definire obiettivi, mettere in atto strumenti organizzativi per raggiungerli, valutare le performance, generare motivazione nel personale, essere innovativi nei livelli di servizi da programmare ed erogare.

Il Master può diventare per Lei o per i suoi colleghi/collaboratori un’occasione per accrescere la Sua professionalità sui temi del management sanitario e prendere parte attivamente al processo di cambiamento e innovazione dei servizi sanitari nel nostro paese.

Può trovare maggiori informazioni sul Master sul sito cliccando qui oppure scaricare la brochure di presentazione del master cliccando qui

Pubblicato il 25/03/2016

Assemblea Ordinaria

Qui unita la relazione della Presidente in occasione dell'Assemblea Ordinaria degli iscritti tenutasi a Piacenza lo scorso 17 marzo.

Pubblicato il 18/03/2016

Responsabilità professionale: le richieste degli infermieri

Audizione alla commissione Igiene e Sanità del Senato della presidente Ipasvi Barbara Mangiacavalli: linee guida aperte anche alle associazioni infermistiche, assicurazioni anche per responsabilità extracontrattuale e nomina Ctp e Ctu allargata agli infermieri tra i punti analizzati.

Settimana di audizioni in commissione Igiene e Sanità a Palazzo Madama sul Ddl 2224 e connessi (responsabilità professionale del personale sanitario). E dopo le società scientifiche, oggi è stata la volta delle Federazioni e del medici di famiglia. 

 “Il disegno di legge AS 2224 – ha detto la presidente Ipasvi Barbara Mangiacavalli alla XII commissione - è un provvedimento necessario per ridurre ricorsi, accuse e contenziosi verso chi lavora nella Sanità. Il testo è stato già migliorato alla Camera rispetto alla sua versione originale con modifiche come quella sul ruolo di coordinamento del risk management che potrà essere svolto oltre che dai medici di diversa disciplina anche da altro personale dipendente delle strutture sanitarie con adeguata formazione ed esperienza almeno triennale: In questo modo emerge che la gestione del rischio clinico è d’équipe. Ma alcuni ulteriori ritocchi tuttavia sono ancora possibili, ma il Ddl è comunque un passo essenziale proprio per la crescita del sistema salute, composto da professionisti”.

 In questo senso Mangiacavalli ha ripreso le osservazioni già segnalate nel Dossier del Servizio Studi del Senato che riguardano la nozione di documentazione clinica, eventualmente relativa anche alle forme di assistenza domiciliare, la valutazione sulla colpa lieve e l’opportunità delle valutazioni da parte del Giudice in caso si escluda la responsabilità penale, gli estremi e gli ambiti per la conciliazione e i riferimenti alla partecipazione alle procedure concorsuali.

Ma ha segnalato anche ulteriori argomenti su cui porre l’accento: linee guida, giurisdizione delle azioni di rivalsa, assicurazioni, modalità con cui i professionisti possono essere chiamati in giudizio, nomina del CTU (consulenti tecnici d’ufficio) e CTP (consulenti tecnici di parte).

Linee guida

Le linee guida sono comparse la prima volta nella legge Balduzzi (Legge 8 novembre 2012 n. 189). “E’ evidente – ha detto Mangiacavalli - che la tutela del professionista non può essere garantita solo da regole scritte sulla “carta”, ma è altrettanto evidente che per codificare percorsi e principi uguali per tutti, si debba necessariamente far riferimento a qualcosa che per tutti sia codificato. Come le linee guida, appunto. E’ altrettanto ovvio che approvata la legge sarà impossibile che il giorno dopo siano già pronte le linee guida necessarie a che tutto questo diventi realtà, e se un riferimento può essere fatto per cercare di dare una codifica immediata, può essere solo alle best practice che da sempre caratterizzano sia la clinica che il management sanitario”. Ma secondo la presidente Ipasvi non ci si può fermare qui. “Un professionista non può essere collegato automaticamente a scelte che in realtà possono avere tante sfaccettature, un riferimento è necessario. Semmai – ha proseguito - il problema è un altro: a mettere a punto le linee guida non dovrebbero essere le Società scientifiche che rappresentano solo poche categorie professionali, ma tutte le associazioni tecnico-scientifiche che si occupano e rappresentano tutte le attività coinvolte in prima persona nel nuovo disegno della responsabilità professionale”.

In questo senso Mangiacavalli ha suggerito di recuperare una previsione già contenuta nel decreto del ministero della Salute del 31 maggio 2004 sui requisiti che devono possedere le società scientifiche e le associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie, annullato dalla Corte Costituzionale su ricorso della Provincia autonoma di Trento per un conflitto di competenze, in quanto assegnava compiti di organizzazione dell’Educazione medica continua al ministero della Salute e non alle Regioni. Il decreto, ha spiegato, conteneva alcune enunciazioni e chiarimenti importanti.

 

“Era specificato – ha detto Mangiacavalli - che le società scientifiche dei medici chirurghi devono, di norma, fare riferimento alle specialità mediche previste nel Dlgs 368/1999 o alle discipline stabilite nel Dpr 484/1997 o a specifiche aree di esercizio professionale rilevanti per numero di addetti o per l'attività svolta; le società scientifiche dei veterinari, degli odontoiatri, dei farmacisti e degli psicologi, dei biologi, dei fisici e dei chimici che svolgono attività sanitaria, devono fare riferimento alle discipline e alle specializzazioni previste sempre dal Dpr 484/1997 o a specifiche aree di esercizio professionale anche in questo caso rilevanti per numero di addetti o per l'attività svolta; le associazioni tecnico-scientifiche dei professionisti sanitari delle professioni infermieristiche, tecniche della riabilitazione e della prevenzione devono fare riferimento a specifiche aree di esercizio professionale rilevanti per numero di addetti o per l'attività svolta.

In sostanza – ha concluso - medici, chirurghi, anestesisti e veterinari possono, secondo il decreto Sirchia, costituire società medico/scientifiche, mentre per tutte le altre professioni sanitarie la denominazione scelta (con funzioni diverse) è quella di ‘associazioni tecnico/scientifiche’”.

 “Recuperando la specificazione – ha spiegato la presidente Ipasvi -  si renderebbe possibile la partecipazione effettiva di tutte le componenti professionali sanitarie alla predisposizione delle linee guida, fatto questo importante perché risultino elaborate oltreché in base ai criteri previsti dalla letteratura scientifica, anche secondo le evidenze cliniche e assistenziali reali”.

Oltre queste annotazioni, secondo Mangiacavalli ciò che serve perché le linee guida siano realmente un valido riferimento è il rigore metodologico con cui sono elaborate, il necessario riferimento alle evidenze scientifiche e alla governance di eventuali conflitti di interesse nella loro formulazione. Per questo andrebbe accuratamente descritto il processo di accreditamento delle linee guida per le quali è già previsto che l’Istituto superiore di sanità sia garante dell’universalità di questa rilevanza, rappresentando un riferimento univoco e uguale per tutti.

La giurisdizione delle azioni di rivalsa

La previsione che le azioni di rivalsa siano in capo al giudice ordinario, potrebbe far venire meno, secondo la presidente Ipasvi,  le garanzie che invece sono proprie, per quanto riguarda la responsabilità amministrativa, della Corte dei conti che, al contrario del giudice ordinario, può accertare la quota del danno realmente subito dall’Amministrazione in base al fatto denunciato e può accertare anche, secondo i parametri di riferimento della struttura, la colpa grave e l’eventuale concorso dell’Amministrazione pubblica nella produzione di questo tipo di danno (ex art. 1227 del codice civile). “In quest’ultimo caso – ha aggiunto -  la Corte dei conti potrebbe applicare il ‘potere riduttivo’ alla sanzione amministrativa, cosa che non può fare invece il giudice ordinario”.

Assicurazioni

La previsione di un obbligo assicurativo dei singoli professionisti sanitari per la colpa grave, comporta il pagamento diretto alle assicurazioni da parte di questi di somme rilevanti (superiori ai 500 milioni). Per questo secondo Mangiacavalli sarebbe opportuno, come già previsto in alcuni contratti del Ssn in cui si parla di responsabilità, una polizza di assicurazione per responsabilità civile garantita dalle strutture sanitarie pubbliche e private per coprire azioni giudiziarie eventualmente promosse da terzi a causa delle quali si innalzerebbe il livello del contenzioso e del valore stesso delle polizze. “Questo dovrebbe valere anche – ha proseguito - per la responsabilità extracontrattuale, comprese le spese di giudizio e peritali, senza diritto di rivalsa, tranne nei casi di colpa grave o di dolo”.

 

L’esempio che Mangiacavalli ha fatto alla commissione è quello dell’orario di lavoro. “Con l’avvento della normativa Ue – ha detto -  nel caso un fatto avvenga al di fuori dell’orario previsto, può infatti indurre l’assicurazione a impugnare la polizza perché la prestazione è avvenuta non nel periodo teoricamente assicurato. Questo porta, oltre al danno per il professionista, anche al rischio che dalla medicina difensiva si passi a un’assistenza a tempi ‘rigidi’, spesso impossibile per soddisfare le necessità cliniche e dare reale risposta ai bisogni dei cittadini”.

"Sarebbe quindi auspicabile - ha aggiunto - inserire l'obbligo assicurativo per tutti i professionisti sanitari prevedendo altresì che solo le Federazioni Nazionali e gli enti previdenziali siano investiti della scelta del Broker unico secondo la normativa vigente soprattutto al fine di calmierare i prezzi delle polizze e avere una garanzia di efficacia".

Modalità di chiamata in giudizio

Legato all’argomento assicurazioni c’è poi un particolare che rischia, se non diversamente gestito, di mettere in pericolo le procedure e offrire il fianco a una serie di cavilli e situazioni che possono modificare l’iter del procedimento sulla responsabilità. Questo è rappresentato, ha spiegato Mangiacavalli, dalle numerose modalità con cui i professionisti sanitari possono essere chiamati in giudizio: responsabilità penale (art. 6); responsabilità extracontrattuale (art. 7) ai sensi dell’art. 2043 del codice civile; rivalsa ex art. 9 per la graduazione della colpa anche in caso di transazione extragiudiziale; tentativo obbligatorio di conciliazione (art. 8) ai sensi dell’art. 696-bis del codice di procedura civile; azione diretta del danneggiato nei confronti dell’assicurazione e successiva rivalsa verso l’esercente la professione sanitaria da parte dell’assicurazione (articolo 12, comma 1 e 3). “Tutto ciò – ha affermato - si ricollega all’argomento delle assicurazioni, in quanto i professionisti sono obbligati a dotarsi di coperture assicurative forti per le azioni di rivalsa e per le spese legali e peritali, con le conseguenze già descritte e si configura quindi la necessità di riportare la materia in una gestione più semplificata o comunque con maggiori tutele”.

Nomina CTU e CTP

Attualmente il disegno di legge prevede che “nei procedimenti civili e nei procedimenti penali aventi a oggetto la responsabilità sanitaria, implicanti la valutazione di problemi tecnici complessi, l’autorità giudiziaria affida l’espletamento della consulenza tecnica e della perizia a un medico specializzato in medicina legale e a uno o più specialisti nella disciplina che abbiano specifica e pratica conoscenza di quanto oggetto del procedimento”.

In analogia e per le stesse motivazioni legate alla modifica già avvenuta sul ruolo di coordinamento del risk management, sarebbe il caso, secondo la presidente Ipasvi,  di prevedere anche a questo livello la possibilità che il compito di CTU e CTP possa essere svolto oltre che dai medici anche da altro personale dipendente delle strutture sanitarie ‘con adeguata formazione ed esperienza almeno triennale’.

“Questo – ha spiegato - anche in considerazione del fatto che la giurisprudenza ha definito negli ultimi tempi “autonoma” la responsabilità degli atti compiuti da infermieri rispetto a quelli di altri professionisti, fino a condanne a questi per non aver verificato errori di altri (Cassazione sen. 2192/ 2015). E sempre la giurisprudenza  (Cassazione sen. 2541/2016) ha stabilito che l’infermiere non è ‘ausiliario del medico’, ma ‘professionista sanitario’ e assume responsabilità di tipo omissivo riconducibili a una specifica posizione di garanzia nei confronti del paziente, del tutto autonoma rispetto a quella del medico. E ha precisato anche che la responsabilità della formazione del personale infermieristico è in capo al personale infermieristico stesso ed esula dalle ‘prerogative dirigenziali del direttore o primario del reparto’. Quindi – ha concluso Mangiacavalli - , appare corretto che anche la responsabilità sanitaria in caso di procedimenti civili e/o penali, ove ci siano da considerare aspetti tecnici, sia valutata  da professionisti appartenenti alla stessa categoria professionale”.

Pubblicato il 11/09/2015

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